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ruptissimi. Quivis nervorum morbus, quodlibet organorum vitium, quicumque appetitus, intemperantia eos corrumpit et labefactat. Quid? diversae corporum compages, quam diversa, immo contraria ingenia induunt? Amor vero quam miris modis vim imagines conformandi distorquet? quam miris odium depravat? Qui amant, dominarum vitia, tanquam virtutes exosculantur: qui oderint, tanquam vitia, virtutes abhorrent. Hinc illi opinionum, quibus jactantur, fluctus; illi studiorum, quibus submerguntur, Euripi; illi errorum scopuli, in quos impingunt. Cumque nesciant, quam alti rebus termini haereant; et quid fieri possit, quid secus, ignorent: atque adeo non habeant gubernaculum vitae sapientiam, sed fortunae committant: a qua dum sacerrimis habentur modis illas voces per summum animi dolorem emittunt: non putabam: spes me frustra habuit: hoc mihi restare nesciebam. O quam vere cor, et pupula sapientum, o quam vere, Plato dixisti: omnium ferocissimum animal esse hominem stultum! Nam quae major ferocia, quam adversus semetipsum tam infandum bellum indicere? in horas a sua ipsius conscientia sub jugum per summam turpitudinem agi? in tam amplissima urbe nullum caput habere? fortunis privari, quae unae propriae sunt? carcere tam duro asservari, quem non potest infringere? a saevissima Domina non perfugere ad aram Sapientiae? Eja agamus hoc tandem: et nosmetipsos respiciamus; nos nostri misereat; et sanctum nobiscum ipsis paciscamur foedus. En Foeciales ad id feriendum parati: heic adsunt, ut nobis verbis praeeant: sequamur igitur. Et illi pareamus Naturae legi, quae jubet, ut quisque sibi constet. Facilis est, nam ingenita: benigna, quia Natura ..

LETTERA DEL DUCA DI LAURENZANO

'Pedimonte, 14 febbrajo 1734.

Essendo terminato di stamparsi un mio libro sopra il buon uso delle umane passioni, che per mio trattenimento mi posi in animo di scrivere (1), ho stimato di non potergli dare spaccio più onorevole, che mandarne le copie nelle mani de' letterati uomini della nostra patria: non già perchè io intenda di mettere sotto i di loro occhi cosa di molto pregio, ma affinchè riceva presso di loro quel lume e schiarimento che da sè stesso non potrebbe conseguire. Per lo cui effetto, ed in significazione della singolare stima che io sempre mi ho coltivato nell'animo della persona di V. S., glie ne fo giungere dieci di esse copie, una per lei, e all'altre nove la priego di far ottenere la medesima sorte in dispensandole a' letterati suoi amici per testimonianza della mia attenzione, che sempre mai avrò per li meriti di ciascheduno, e spezialmente per quello di V. S. a cui mi esprimo, ec.

AL DUCA DI LAURENZANO

Napoli, 1 marzo 1734.

Rendo infinite grazie a V. E. del preziosissimo dono ch'ella ha degnato farmi della Signori Morale che ha scritto a' signori suoi Nipoti, il quale mi è giunto adorno di tre onorevoli circostanze, e d'essere accompagnata da vostro gentilissimo foglio, e d'avermi fatto rendere l'un e l'altro per le pregiate mani del signor Abate Giovo, e di avervi

(1) Parla de’suoi Avvertimenti intorno alle passioni dellanimo, pubblicati l'anno 1733.

VICO, Opuscoli.

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uniti nove altri esemplari de' quali io mi fossi onorato co' miei signori ed amici. In leggere il titolo, mi si è rappresentato l'eroico romano costume, col quale i zii educavano i lor nipoti, di che è quel motto di Giovenale, quum sapimus patruos; mi venne innanzi Cicerone, il qual ricco di matura sapienza così riposta di gran filosofo, come civile di gran politico, scrisse gli aurei libri degli Ufficj al suo unico diletto figliuolo. In addentrarmi nell' Opera ho ammirato la vostra erudizione e dottrina tanto delle antiche quanto delle moderne Filosofie, e i varj nuovi sublimi lumi de' quali e quelle e queste illustrate. Pone l'E. V. la virtù nella moderazione delle passioni, ed in ciò ho scorto che non l'irrigidisce con gli Stoici che ne facciano disperare le pratiche, nè la rilascia con Epicuro che ne apra un vil mercato a chiunque ne voglia a suo capriccio le opinioni: ma la sente con Platone, dalla cui Accademia quanti scolari, tanti uscirono famosi capitani e politici; la sente con Aristotile che seppe formare un grande Alessandro. E mi ha confermato in ciò, che io sempre ho osservato vero, che quando scrivono uomini i quali o per signoria o per cariche hanno gran parte nelle repubbliche, sempre danno opere sostenute dalla religione e dalla pietà. Nè in vero libri perniziosi agli Stati sono usciti, che da autori o della vil feccia de' popoli, o malcontenti de' loro stati. Lo stile poi, il quale dipigne al vivo la natura degli scrittori con una splendida frase, dappertutto spira una nobiltà generosa, qual è propria della vostra grandezza; onde aveva la ragione il dottissimo cardinale Sforza Pallavicino, che ove lodar voleva alcuno scrittore dallo stile (di cui scrisse un libro piccolo di mole, ma di gran peso), diceva: scrive da signore. Perchè certamente

se si faccia il calcolo de' libri di conto che han sofferto la lunghezza de' tempi, si troverà che le tre parti sono stati scritti da uomini nati nobili, appena la quarta da nati bassi. Finalmente nelle vostre luminose Canzoni mescolate d' un' aggradevole gravità, nelle quali uscite talvolta secondo il proposito delle materie che ragionate, mi è paruto di leggere nella nostra favella Boezio, il Platon cristiano, che sovente raddolcisce la consolazione della Filosofia co' dolcemente istruttivi versi che vi tramezza. Felici gli Eccellentissimi vostri Nipoti, i quali son formati ad una signorile virtù con la voce e con l'esemplo di V. E. dottissimo e virtuosissimo principe! Laonde mi rallegro con la nostra patria, che nella degnissima vostra persona vede un gran raggio di quella luce della quale rifulse ne' beatissimi tempi degl' incliti, in parte vostri, re Alfonso e Ferdinando d'Aragona, quando quasi quanti erano grandi signori del Reame di Napoli, tanti erano gran letterati, tra' quali un Diomede Carafa conte di Maddaloni in bel latino scrisse dell'Educazione de' figliuoli de' sovrani principi: mi rallegro con la nostra età, che personaggio di tanto alto stato sostenga la cadente riputazion delle lettere, che altrimenti anderebbe a rovinare con la moda, la quale V. E. in questi stessi libri condanna; e consolo finalmente la mia ostinata avversa fortuna, che senza alcun mio merito per vostra generosità mi vegga di tanto dall' E. V. onorato, a cui rassegnando tutto il mio ossequio, mi confermo, ec.

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AL SIGNOR D. NICCOLÒ GIOVO

(Senza data)

Rendo infinite grazie a V. S. Illustrissima del prezioso dono che mi ha mandato della Signoril Morale che l'Eccellentissimo signor Duca di Laurenzano ha dato alle stampe, scritta a' di lui signori Nipoti, il quale mi è giunto adorno di tre bellissime circostanze: una di essere accompagnato da un di lui gentilissimo foglio; l'altra di avervi uniti dodici altri esemplari, de' quali io facessi dono a' degni miei signori ed amici; la terza ed ultima di essermi pervenuti per mezzo vostro con altra vostra pregevolissima lettera. Io ne ho professato al signor Duca i dovuti obblighi con una mia a lui indiritta, nella quale, perch'egli come saggio e grave non ama lode se non quella che risuoni lontana dalle sue orecchie, gli ho con poche e generali parole dilicatamente lodato tal sua bell' Opera. Talchè mi rimane ora con V. S. Illustrissima tutta la libertà di dirne con chiarezza i miei sentimenti.

E questa è una delle due grandi utilità che l'orgoglio, il quale è proprietà de' nobili, arreca per la gloria delle nazioni, che quello come gli avvalora a fare delle imprese magnanime nelle guerre, così ov' essi sieno ben avviati per la strada del sapere, li mena a scrivere opere distinte in materia di lettere. Cospirano a ciò quelle due altre ragioni: una che i nobili, come osservano i soli sommi re nella maniera del vivere, così guardano i soli principi de' dotti in quello ancor dello scrivere; e l'altra è, perchè stimano di dar essi lustro alla letteratura, e perciò non scrivon opere

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