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Per l'istessa occasione.

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Risposta di Vico ad una Elegia di Nicolò Capasso, R. professor primario di Leggi.

Capassi, sociûm meorum ocellus,'

Tu emunctus, gravis, integer, severus,
Me adscribis bene laudibus faventer
Amplis undique principum virorum,
Queis sane fuerit decus supremum,
Ut tu concilies perenne nomen;
Dives qui ommigenae eruditionis,
Felix ingenio, rotundus ore,
Adstricto es celebris stylo et soluto.
Acri judicio benignitatem

Praevertis, studio probati amici,
Non ille ut videare non amicis
Emunctus, gravis, integer, severus.

Per l'istessa occasione.

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Risposta di Vico a Nicolò Cirillo, R. professor primario di Medicina.

Cyrille, o prope corculum Minervae,
Quod scripsi Patrui fera arma belli,
Vis me dicere nuptias Nepotis.
Ipse ut Carafium novum maritum
Örnem versibus arte perpolitis!
Uni qui applicitus diuque linguae
Vix gusto venerem integram Latinam.
Spectas me ingenio tuo beato,
Artes qui super intimas Lycei
Mellite sapis Atticum leporem.

AL SIG. D. GIULIO CESARE MAZZACANE

PRINCIPE DI OMIGNANO

(1719)

Tra le più belle e più leggiadre costumanze le quali erano appresso le due antiche nazioni sopra tutte le altre più gentili ed umane, io dico appresso i Greci e Latini, mi sembra essere stata quella che usavasi nelle nozze, con la quale la novella sposa, purchè vergine fusse stata, era posta nel letto maritale col nuovo sposo a giacere; un coro di donzelle ed un altro di garzonetti solevano un inno in lode del Dio delle Nozze, intessendovi ancor le lodi di essi Sposi, or l'uno or l'altro vicendevolmente cantare, acciocchè i pietosi lamenti ed i paurosi gridi che sogliono dalle verginelle in quell' atto mandarsi, non fussero intesi per avventura d'intorno; e siffatto inno chiamavano essi Epitalamio, del quale oggi non ne abbiamo migliore esempio di quello che lascionne il soavissimo de' latini poeti Catullo; ad imitazione del quale ho io il presente composto nelle felicissime Nozze di V. Š. Illustrissima con l'Illustrissima mia signora D. Giulia Rocca, ed ora in fede dell'allegrezza, la quale di esse ho preso, divotamente gliele presento. E certamente io non ho parole le quali potessero in piccola parte il piacere adeguare, di che mi ha codesto suo pregiatissimo matrimonio colmato; considerando quanto giustamente il Cielo abbia conceduto a V. S. Illustrissima così nobile e valorosa Madamigella per isposa degna del suo gran merito. Perocchè se riguardo la stimatissima persona di V. S. Illustrissima, in essa ravviso tutti quei pregi onde qualunque chiaro signore possa avere a somma gloria fregiarsi; cioè antica nobiltà di e costumi di nobil sangue degnissimi. E per quanto all' antico splendore della sua discendenza si attiene, chi non sa in quale onore ed in quanta riputazione sia riposto tra le chiare famiglie di questo regno l'illustrissimo suo casato? quando ancora e forestieri scrittori che presso a due secoli addietro hanno scritto, di esso menzione facendo, con un'antica signoria di feudi e di vassalli ornato onorevolmente l'avvisano. E qual più chiara e più certa testimonianza dell'antico onor suo vi ha di quella che ne fa il dominio che V. S. Illustrissima ha di cotesta terra, la quale ella ha ricevuto per lungo e diritto ordine di avi da quel Lionetto Mazzacane, il merito del quale fu in tanto pregio dal Principe di Salerno tenuto, che lo elesse a sostenere le sue veci di portare il gonfalone in quel grand'atto e magnifico dell'incoronazione dell' imperatore Carlo V in Bologna. Ma lasciando da parte i suoi maggiori che ed in guerra ed in pace hanno sempre mai accresciuto chiarezza e splendore alla sua famiglia, chiunque

sangue,

riguarda i sopraumani costumi de' quali V. S. Illustrissima ha ricchissimo l'animo, certamente estima che se la fortuna pareggiasse il suo merito, dovrebbe ella avere di numerosi popoli libera signoria. Tal è la giustizia e la pietà che dimostra verso i soggetti; tanta la gentilezza e la cortesia che usa co' pari; e finalmente è siffatto il valore di che ha sè medesima ornata. Or tutti cotesti suoi pregi fra meco considerando, non posso contenere nell'animo l'allegrezza che prendo di vedere V. S. Illustrissima accoppiata con marital nodo coll' Illustrissima mia signora D. Giulia Rocca, la quale co' cortesi e gentili costumi, cogli atti leggiadri ed accorti, e con le parole piene di senno e di onestà chiaramente dimostra esser vero germoglio di quel nobilissimo ceppo, dal quale, mentre sotto gli Angioini Re verdeggiava e fioriva, uscirono una Sibilla, che impalmandosi al casato del Balzo de' conti di Andria, ed una Beatrice, ch'entrata nel casato d'Aquino de' conti di Loreto, adornano oggi gli alberi di quelle chiare famiglie; come anche di questo ceppo usci una moglie di N. di Tarsia Generale d'armi, signore di Belmonte, e figliuolo di una Sanseverino di Bisignano; e finalmente un' Elena sposata a Giovanni di Brenna conte di Lecce, e nipote di Ugo re di Gerusalemme: per tacere i molti e ben chiari signori che di questa pianta trassero splendidamente l'origine; come egli sarebbe a dire di più vicini a noi un Sigismondo tritavo della sua pregiatissima sposa, marito di Polissena Caracciolo de marchesi di Gerace, e dei più lontani un Giovanni, un Guidone, un Guglielmo, tutti e tre duchi di Atene; l'ultimo de' quali a tant' altezza di stato aggiunse, che meritò per moglie un' İsabella principessa di Acaia, e sorella di Carlo II d'Angiò. Siccome adunque per tutte queste ragioni ho avuto io argomento di rallegrarmi di coteste sue felicissime Nozze, cost V. S. Illustrissima abbia occasione di prendere a grado questa mia fatica, assieme con la quale mi offro, ec.

Per le Nozze di D. Giulio Cesare Mazzacane, principe di Omignano, e D. Giulia Rocca de' marchesi di Vatolla.

EPITALAMIO (1)

Già l'amorosa stella,

Del cui lume sereno

Venere ognor la fronte orna e rischiara,

Lieta, ridente e bella

Ha il cielo ingombro e pieno

Della sua luce sospirata e cara :

Già in guisa altera e rara

Ricca, adorna e fastosa

S'appressa al sacro letto,

Campo del ver diletto,

L'alma casta, leggiadra e bella Sposa.
Dunque in tenero stile

E in rima istrania e nova,

Di donzelle e garzon coro gentile
Convien cantando omai vincer la prova.
Vieni, santo Imeneo

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Imene, Imeneo, vieni Imeneo.

O stella degli amanti,

E qual lume nel cielo

Splende di te più crudo e più spietato,

Che non curando i pianti,

Di che innaffia per zelo

La madre il sen, come rugiada il prato,
Dal suo grembo ben nato

Tor puoi la cara figlia,

A cui tiene sì strette

Le braccia leggiadrette,

Che in atto alta pietà finge e somiglia;

E darla in preda puoi

All'Amatore acceso,

Che per temprare i caldi desii suoi

E a far di lei mille vendette inteso?

Vieni, santo Imeneo,

Imene, Imeneo, vieni Imeneo.

(1) Questo Epitalamio fu pubblicato la prima volta in un Giornale che stam

pavasi in Napoli col titolo di Effemeridi Letterarie.

O bel lume di Amore,

E qual splendor superno

Più benigno di te sul ciel risplende,
S'ogni nebbia, ogni errore

L'almo tuo raggio eterno

Sgombra dal mondo, e in lieto ardor l'accende? Egli è che ne difende

Contra l'ingiurie e l'onte

Che ne fa il tempo rio,

E sovra il cieco oblio

Che fanne arditi e baldi alzar la fronte.

Nell'ardor tuo s'infiamma

Tutto ciò che capisce

Umana mente, e qual favilla in fiamma
Risplende ed arde, e nell' ardor gioisce.
Vieni, santo Imeneo,

Imene, Imeneo, vieni Imeneo.
Come a chiara e fresc'onda

In chiuse parti e sole

Di sacra selva accolta in fonte vivo, FIA
Fanno onor sulle sponde

E ligustri e viole

Col venticello crespo e fuggitivo;

Tutto lieto e giulivo

Stuol di giovani amanti

Mentre si stanno al rezzo,

Vi si specchiano in mezzo,

E perde poi si chiari pregi e tanti,
Se viene intorbidato

L'onor di sua chiarezza:

Tal è la verginella che macchiato
Ha il verginal candor di sua bellezza.
Vieni, santo Imeneo,

Imene, Imeneo, vieni Imeneo.

Come vedova vite

Nata in non culto piano

Giace squallida, umíle, infruttuosa,

Che le braccia smarrite

Talor innalza in vano,

E tratto mesta al suol le gitta e posa;

Ma s'all' olmo si sposa,

S'innalza al cielo, e dona

Di sè l'uva gradita,

E dolce e colorita,

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