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Torquato Sia caso, od arte, hor accompagna, et hora
Tafio.

Alterna i versi lor musica ora.

XIII.

Vola fra gli altri un, che le piume ha sparte
Di color vari, et ha purpureo il rostro.
E lingua snoda in guisa larga, e parte
La voce fi, ch' assembra il sermon nostro.
Quest' ivi all’hor continud, con arte
Tanta il parlar, che fù mirabil mostro.
Tacquero gli altri ad ascoltarlo intenti,
E fermaro i susurri in aria i venti.

XIV.

Deh mira (egli canto) spuntar la rosa
Dal verde suo modesta , e virginella:
Che mezo aperta ancora, e inezo ascofa,
Quanto fi mostra men, tanto è più bella.
Ecco poi nudo il sen già baldanzofa
Dispiega, ecco poi langue, e non par quella,
Quella non par, che desiata avanti.
Fu da mille donzelle, e mille amanti.

XV.

Cofi trapassa al trapassar d'un giorno
De la vita mortale il fiore, e'l verde:
Nè perche faccia indietro April ritorno,
Si rinfiora ella Mai, nè fi rinverde;
Cogliam la rosa in lu 'l mattino adorno
Di questo di, che tosto il seren perde:
Cogliam ď' Amor la rosa: amiamo hor, quando
Eller fi puote riamato amando.

XVI.

Tasque; e concorde de gli augelli il coro,
Quasi approvando, il canto indi ripiglia.
Raddopian le colombe i baci loro:

Ogni

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Ogni animal d'amar fi riconsiglia.
Par che la dura quercia, el casto alloro,
E tutta la frondosa ampia famiglia;
Par, che la terra, e l'acqua , e formi, e spiri
Dolcissimi d'amor sensi, e fofpiri.

Torquato
Tairo.

XVII.

Fra melodia fi tenera, e fra tante
Vaghezze allettatrici, e lusinghiere
Và quella coppia; e rigida, e constante
Se stella indura à i vezzi del piacere.
Ecco tra fronde, e fronde il guardo avante
Penetra, e vede, O pargli di vedere;
Vede pur certo il vago, e le diletta,
Ch'egli è in grembo a la donna, essa a l'herbetta.

XVIII.

Ella dinanzi aspetto ha il vel divilo,
E'l crin sparge incomposto al vento estivo.
Langue per vezzo: el suo infiammato viso
Pan biancheggiando i bei sudor più vivo.
Qual raggio in onda, le scintilla un riso
Ne gli huinidi occhi tremulo, e lascivo.
Sovra lui pende: et ei nel grembo molle
Le posa il capo, e'l volto al volto attolle.

XIX.

Ei famelici sguardi avidamente
In lei pascendo, si consuma, e strugge.
Sinchina, ei dolci baci ella sovente
Liba hor da gli occhi, e da le labra hor sugge:
Et in quel punto ei fofpirar fi fente
Profondo sì, che pensi; hor l'alma fugge,
E'n lei trapassa peregrina: ascosi
Mirano i duo Guerrier gli atti amorosi.

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Dal fianco de l’ amante, estranio arnese,
Un cristallo pendea Lucido, .e netto.
Sorse, e quel fra le mani à lui fospesc,
Ai misteri d' Amor ministro eletto,
Con luci ella ridenti, ei con accese
Mirano in vari agetti un sol oggetto:
Ella del vetro à le fà fpecchio: et egli
Gli occhi di lei fereni à se fà spegli.

XXI.

L'uno di servitù, l'altra d'impero
si gloria : ella in se stessa, et egli in lei,
Volgi (dicea) deh volgi il Cavaliero
A me quegli occhi, onde beata bei:
Che son, se tu no'l fại, ritratto vero
De le bellezzę tue gli incendii miei,
La forma lor le meraviglie à pieno,
Più che 'I cțistallo tuo, mostra il mio seng.

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XXII.

1

Deh, poi che sdegni me, com' egli è vaga
Mirar tu almen poteffi il proprio 'volto:
Che 'l guardo tuo, ch'altrove non è pago,
Gioirebbe felice in se rivolto.
Non può specchio ritrar sì dolce imago.
Nè in picciol vetro è un paradiso accolto.
Specchio t' è degno il cielo, é ne le stelle
Puoi riguardar le tue sembianze bellę.

XXIII.

Ride Armida à quel dir: ma non che ceffe
Dal vagheggiarsi, ò da' suoi bei lavori.
Poi che intrecciò le chiome: e che ripreffe
Con ordin yago i lor lafcivi errori,
Torse in anella i crin minuti, e in efie
Qaasi smalto sù l'or, conspasse i fiori:

E nel bel sen le peregrine rose
Giunse à i nativi gigli, e'l vel compose.

Torquata

Tanto

XXIV.

Ne 'l superbo pavon si vago in mostra
Spiega la pompa de l' occhiute piume:
Ne l' tride sì bella indora, e inostra
Il curvo grembo, e rugiadoso al lume,
Ma bel sovra ogni fregio il cinto mostra,
Che nè pur nuda hà di lasciar costume.
Die corpo à chi non l'hebbe, e quando i fece
Tempre mischiò, cli' altrui mescer non lece,

XXV.

Teneri sdegni, e placide, e tranquille
Repulse, cari vezzi, e liete paci,
Sorrisi, parolette, e dolci ftille
Di pianto, e sospir tronchi, e molli baci;
Fuse tai cose tutte, e poscia unille,
Et al foco tempro di lente faci:
E ne formò quel sì mirabil cinto,
Di ch' ella haveva il bel fianco fuccinto.

XXVI.

Fine al fin posto al vagheggiar, richiede
A lui commiato, e'l bacia, e fi diparte,
Ella per uso il di n’esce, e rivede
Gli affari suoi, le sue magiche carte.
Egli riman: ch' à lui non si concede
Por orma, d trar momento in altra parte;
E tra le fere spatia, e tra le piante,
(Se non quanto è con lei) romito amante.

XXVII.

Ma quando l'ombra co' filentii amici Rapella à i furti lor gli amanti accorti; Traggono le notturne hore felici

R 5

Sotto

Torquato Sotto un tetto medesmo entro à quegli horti.
Taffo.

Hor poi che volta à più severi uffici
Lasciò Armida il giardino, e i suoi diporti;
I duo, che tra i cespugli eran celati,
Scoprirsi à lui pomposamente armati.

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Qual feroce destrier' ch' al faticoso
Honor de l'arme vincitor fa tolto :
E lascivo marito in vil riposo
Fra gli armenti, e ne' paschi erri disciolto;
Se'l desta è suon di tromba, ò luminoso
Acciar, cold tosto annitrendo è volto!
Già già brama l'arringo, e l'huom fu 'l dorso
Portando, urtato riurtar nel corso,

XXIX.,
Tal fi fece il Garzon, quando repente
De l'arme il lampo gli occhi suoi percosse.
Quel sì guerrier, quel sì feroce ardente
Suo fpirto, à quel fulgor tutto si scofle:
Ben che tra gli agi morbidi languente,
E tra i piaceri ebbro, e sopito ei fosse.
Intanto Ubaldo oltra ne viene, e'l terso
Adamantino scudo há in lui converso,

XXX.

Egli al lucido fcudo il guardo gira;
Onde fi specchia in lui, qual fiasi, e quanto
Con delicato culto adorno, fpira
Tutto odori, e lascivie il crine, e'l manto:
I'l ferro (il ferro haver, non ch' altro, mira "
Dal troppo luflo effeminato à canto.)
Guernito è sì, ch’ inutile ornamento
Sembra, non militar fero instrumento.

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