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CORO

Ah, ben fu di colei grave l'errore, cagion del nostro male,

che le leggi santissime d'Amore, di fé mancando, offese;

poscia ch'indi s'accese

degli immortali dèi l'ira mortale,

che, per lagrime e sangue

di tante alme innocenti, ancor non langue.

Cosí la Fé, d'ogni virtú radice,

e d'ogn'alma ben nata unico fregio,

lá su si tiene in pregio!

Cosi di farci amanti, onde felice

si fa nostra natura,

l'eterno Amante ha cura!

Ciechi mortali, voi che tanta sete

di possedere avete,

l'urna amata guardando

d'un cadavero d'òr, quasi nud'ombra

che vada intorno al suo sepolcro errando;

qual amore o vaghezza

d'una morta bellezza il cor v'ingombra?

Le ricchezze e i tesori

son insensati amori. Il vero e vivo

amor de l'alma, è l'alma: ogn'altro oggetto,

perché d'amare è privo,

degno non è de l'amoroso affetto.

L'anima, perché sola è riamante,

sola è degna d'amor, degna d'amante.

Ben è soave cosa

quel bacio che si prende

da una vermiglia e delicata rosa

di bella guancia. E pur chi'l vero intende,

com'intendete vui,

avventurosi amanti che 'l provate,

dirá che quello è morto bacio, a cui la baciata beltá bacio non rende. Ma i colpi di due labbra innamorate, quando a ferir si va bocca con bocca e che in un punto scocca

Amor con soavissima vendetta

l'una e l'altra saetta,

son veri baci, ove con giuste voglie tanto si dona altrui, quanto si toglie. Baci pur bocca curiosa e scaltra

o seno o fronte o mano: unqua non fia che parte alcuna in bella donna baci che baciatrice sia,

se non la bocca, ove l'un'alma e l'altra corre e si bacia anch'ella, e con vivaci spiriti pellegrini

dá vita al bel tesoro

de' bacianti rubini,

sí che parlan tra loro

gran cose in picciol suono,
e segreti dolcissimi che sono

a lor solo palesi, altrui celati.

Tal gioia amando prova, anzi tal vita, alma con alma unita,

e son come d'amor baci baciati

gli incontri di duo còri amanti amati.

ATTO TERZO

SCENA PRIMA

MIRTILLO.

O primavera, gioventú de l'anno,
bella madre di fiori,

d'erbe novelle e di novelli amori,
tu torni ben, ma teco

non tornano i sereni

e fortunati dí de le mie gioie;

tu torni ben, tu torni,

ma teco altro non torna

che del perduto mio caro tesoro

la rimembranza misera e dolente.

Tu quella se', tu quella

ch'eri pur dianzi sí vezzosa e bella;

ma non son io giá quel ch'un tempo fui

si caro agli occhi altrui.

O dolcezze amarissime d'Amore,

quanto è più duro perdervi, che mai
non v'aver o provate o possedute !

Come saría l'amar felice stato,

se 'l giá goduto ben non si perdesse;

o, quando egli si perde,

ogni memoria ancora

del dileguato ben si dileguasse!

Ma, se le mie speranze oggi non sono,
com'è l'usato lor, di fragil vetro,

G. B. GUARINI.

6

o se maggior del vero

non fa la speme il desiar soverchio,

qui pur vedrò colei

ch'è 'l sol degli occhi miei;

e, s'altri non m'inganna,

qui pur vedrolla al suon de' miei sospiri fermar il piè fugace.

Qui pur da le dolcezze

di quel bel volto avrá soave cibo

nel suo lungo digiun l'avida vista;
qui pur vedrò quell'empia
girar inverso me le luci altère,
se non dolci, almen fère,

e, se non carche d'amorosa gioia,
sí crude almen, ch'i' moia.
Oh lungamente sospirato invano
avventuroso di, se, dopo tanti
foschi giorni di pianti,

tu mi concedi, Amor, di veder oggi

ne' begli occhi di lei

girar sereno il sol degli occhi miei!

Ma qui mandommi Ergasto, ove mi disse

ch'esser doveano insieme

Corisca e la bellissima Amarilli

per fare il gioco « de la cieca »; e pure

qui non veggio altra cieca

che la mia cieca voglia,

che va con l'altrui scorta

cercando la sua luce, e non la trova.

O pur frapposto a le dolcezze mie

un qualche amaro intoppo

non abbia il mio destino invido e crudo?

Questa lunga dimora

di paura e d'affanno il cor m'ingombra,

ch'un secolo agli amanti

par ogn'ora che tardi, ogni momento,

quell'aspettato ben che fa contento.
Ma chi sa? troppo tardi

son fors'io giunto, e qui m'avrá Corisca,
fors' anco, indarno lungamente atteso.

Fui pur anco sollecito a partirmi.

Oimè! se questo è vero, i' vo' morire.

SCENA SECONDA

AMARILLI, MIRTILLO, CORO DI NINFE, CORISCA.

AMARILLI. Ecco la cieca.

MIRTILLO.

Eccola a punto. Ahi, vista!

Ahi, voce che m'ha punto

AMARILLI. Or che si tarda?
MIRTILLO.

e sanato in un punto!

AMARILLI. Ove sète? che fate? e tu, Lisetta,

che si bramavi il gioco « de la cieca »,
che badi? e tu, Corisca, ove se' ita?

MIRTILLO. Or sí che si può dire

ch'Amor è cieco ed ha bendati gli occhi. AMARILLI. Ascoltatemi voi,

che 'l sentier mi scorgete e quinci e quindi mi tenete per man: come fien giunte

l'altre nostre compagne,

guidatemi lontan da queste piante,

ov'è maggior il vano, e, quivi sola

lasciandomi nel mezzo,

ite con l'altre in schiera e tutte insieme fatemi cerchio, e s'incominci il gioco. MIRTILLO. Ma che sará di me? fin qui non veggio qual mi possa venir da questo gioco

comodità che 'l mio desire adempia;

né so veder Corisca,

ch'è la mia tramontana. Il ciel m'aiti.

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