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1. O pazzia di ubbriaco! o negligenzia Di manigoldo! C. Che cosa è? Vi Di che anime Sarà il padron, come n'abbia notizia!

Ç. Volpin! V. Mà ben gli sta, vada, or confidik. Più in un gaglioffo, che nel figlio proprio.

Ç. Io tremo e sudo, che qualche infortunio
Non ini sia occorso. V. Lascia le sue cainere
Piene di tanta e tanta roba in guardią,
D'una bestia insensata, che lasciatele
Ha apertę tutto oggi, e inai ferinatosi
Non è in casa. Ç. Volpin! V, Se non la trovana.
Quella' notie, è spacciata. C. Volpin, fermati.

V. Ruinato e il padron. C. Più tosto secchiti;
Ļa lingua, che sia ver! Volpino! V. Sentomi
Chiamar, ço Volpin! V. Oh gliè il padron. C. Chę:

gridi tu? :: V. O padron mio. G. Che cofa c'è? V. Vos

credere:
C. Che c'è di mal? V. Che Dio t'ha

per

miracolo. C. Che cosa c'è ? V. Fatto trovar. C. Sů, nar.

rami Che male è intervenutol? V. Appena cogliere Pollo il fato. Č. Ch’ hai tu? V. Mà or veggendoti Comincio a respirar: non sappea misero A chi voliarmí.' C. Di chi ti rainmarichi ?

V. Morto era. Ç. Di che mal? V. Mà or risusçito, Ch'io ti veggo, padron. C. Che c'è? V. Nè perdere Polio più la speranza. Ç. Or di su, spacciala, Che cosa c'è? V. Che tu non la ricuperi.

C. Che vuoi tu, ch'io ricuperi? che diavolo C'è? non posso oggi.., V. Padron. c. Da te inten

dere?

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V. Il tuo seryo... C. Che servo mio? 7. Il tuo

Nebbia.
C. Chà egli fatto? V: T’ha fatto grandissimo
Danno. C. C'ha fatto? V. Tel diro; ma lasciami
Un poco riposar, ch' altro che correre
Non hò fatto tutt'oggi, e appena muovere
Mi posto, ed' ho difficoltade a esprimere
Le parole. C. Dinne una fola, e bastami;
C'ha egli fatto? V. Per sua trascuraggine
T'ha ruinato.' C. Finifci d' uccidermi,

I Non mi tener, manigoldo, più in transito.

V. Egli ha lasciato rubar della camera...
Ç. Che ha lasciato rubar della camera ?

V. Padron, di quella, ove tụ dormi proprio,
Della quale a lui folo hai consegnate le
Chiavi, la qual cosi raccomandatagli
Avevi. *C. Cosa è della mia camera
Stato rubato ? dillo a un tratto, spacciati.
V. La cafla. C. Calla? V. Quella che quei gio.

yani, Credo che sian Fiorentini, vi posero C. Quella ? V. Quella. C. Oimé, quella ch'o in

depofito?
V. Di che già avevi: ch'or non l'hai più.' C. Ah

misero,
Ah! più d'ogn'altro infelice Crisobolo!
Or esci della terra, e lascia in guardia
La tua casa a poltroni, a pazzi, a ebrii,
A gagliofacci, impiccati: potevola
Cosi lasciare in guardia a cotanti asini.

V. Se la Cantina ritrovi in disordine,
Di che la cura hại data a me, gastigami,

Padron,

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Padron, e fammi patir quel supplicio,
Che vuoi: mà c'ho a far io della tua camera ?

C. Ecco discrezione del mio Erifilo;
Cosi ha pensier, cosi sollecitudine',
Delle mie cose e sue: questo è l'ufizio
Di buon figliuol. V. Nè lui anco riprendere
In questo dei: che può far meglio un giovane,
Che suo padre imitar? Se tu del Nebbia
Non men ti fidi, che di te medesimo:
Perchè a fidar non se n'ha anche egli, e credere,
Come credevi ancora tu, che alliduo,

iren
Star dovesse alla cura, e alla custodia
Delle tue cose? Non tosto che volto gli
Abbia le spalle, partirsi, e la camera
Lasciar aperta ? C. Son disfatto, o povero,
O ruinato me! V. Padrone, pigliaci,
Tanto ch'è fresco il mal, qualche rimedio.
Poich' io ti veggo qui, non voglio perdere
La speranza, chie tosto non recuperi
La calla-tua, e ben credo che t'ha Domene
Dio fatto a tempo tornar. C. Ha vestigio,
Hai traccia, su la qual mi polli mettere
Per ritrovarla?. V. Tanto travagliatomi
Son oggi, e tanto son ito avvolgendomi
Di quà e di là, come un bracco, che credo di
Saper mostrar, dove sia questa lepore.

C. Perchè non me l'hai già detto, sapendolo ?

V. Non dico ch'io lo sappia certo; dicoti,
Ch'io credo di saperlo. C. A chi hai tu l'animo
Che l'habbia tolta? V. Tel dirò; mà tirati
Un po'in qua: più ancora: un poco (costati
Da quella porta in tutto. C. Di chi terni tu,
Che possa udirei? V. Di colui, ch'io dubito
Che l'abbia avuta. O. E' si appresso, che intendere

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Ci polla? V. E' in questa casa la qual proffimo
Hai da man destra. C. Tu credi, che tolta la
Abbia questo Ruffian, che qui dentro abita?

V. Lo credo, e ne son certo. C. Ma che indizio, N' hai tu? V. Non pur io n'ho indizio', mà dicoti Ch' io n' ho certezza; unà per Dio non perdere

ina Tempo in voler, ch' io narri con che industria, visi Con che fatica, con ch'arte, a notizia Or fia venuto, ch'ogni indugia nocere Ti potria troppo: perché ti certifico, Ch’l tristo s'apparecchia di fuggirsene All' alba, tosto che le porte s'aprano.

Volpio råth dem Alten, die Polizei zu Hülfe zu nehmen, und Haussuchung, bei dem Kuppler zu halten. Man findet die Geldtiste bei ihm, und er wird vertlagt. Zum Unglüd aber trifft der Alte mit dem Trappola zusammen, der sich für den Kaufmann hat ausgeben müssen, und in dieser 26 licht die Kleider des Alten angelegt hat. Er fragt ihn, wie er zu diesen Kleidern getommen sery; und er gesteht ihm alles. Durch die Geschicklid,keit des Sulcio, der des Charıdoro, dee Freundes des Erofilo, Bedienter ist, wird alles wieder gut. Er hat den Kuppler in Furcht gejagt, bestraft zu' wers den; und da sein Herr ein Sohn des Polizeirichters ift, thn beredet, diesem seine Geliebte auszuliefern, um allen weitern schlimmen Folgen vorzubeugen. Im Namen feines Herrn tommt er zum Chrysobólo, und erdichtet, der Kuppler habe ihn vertlagt, weil er ihm die Geldtiste wieder genommen, und doch das dafür erhandelte Mädchen nicht zurück gegeben habe; dieß muffe er entweder thun, oder ihn durch eine ans sehnliche Seldsumme abzutaufen suchen. Der Alte gerath in Berlegenheit, weil die Geliebte feines Sohng niet in dessen Hånden ist, und versteht sich endlich Schande halber dazu, dem Ruffiano eine beträchtliche Summe auszuzahlen;

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und fulcio berebet ihn noch oben drein, diese Ausjählung durch seinen Sohn, und deffen Bedienten Volpino, den der Alte hätte schließen lassen, zu veranstalten. Volpino ertangt also seine Freiheit wieder, und Erofilo witd in Otand gelegt, mit dem erbeuteten Gelde seine Geliebte zu unterhalten. Sonderbar ist das Kompliment, womit Sulcio, am Schluß des Stücks, die Zuschauer abfertigt:,

Or ritornatevi,
Brigata, à casa, perchè questa giovane,
Ch'io son per menar meco, non vuole essere
Veduta, che le par forse, che in ordine
Non sia a suo modo, d'ornamenti dicovi,
Perchè nel resto non è inen, che fieno
Da ogni tempo l'altre donne, in ordine.
E dovendo il Rufhano anco fuggirsenie,
Non vuole, e non sarebbe a suo proposito,
Che lo vedesse tanta moltitudine.

III.

A r é t i no Pietro Aretino, aus Arezzo im Tostanischen Gebiete, geb. 1492, berühmt und berüchtigt genug durch seine bittern Satiren und fittenlosen Dialogen und Sonnete. Den ihm gewohnlich gegebnen Heinamen Il Divino Aretino Toll er fidh selbst zuerst auf einer Gedächtnißmúnje beigelegt haben deren Kehrseite ihn auf einem Throne ribend, und vont Fürsten und Gesandten Geschente empfangend, vorstellte, mit der Umschrift: I Principi tributati da Popoli tributano il Servidor lord. Er starb zu Venedig, 1557. Setne fånf, in Prose geschriebenen, Konddien heissen: Il Zarescalco - La Cortegiano -- La Talanta - L'Hi, . pocrito - Il Filofofo. Die erste und die beiden lebtern wurden mit den abgeänderton Titeln: Il Cavallerizzo; Il

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