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Onde le fanno onor Bacco e Pomona:
Così sua vita mena

La Verginella sola;

Ma fatta Donna poi chiara e serena,
Sovr' ogni eccelso onor s'erge e sorvola.
Vieni, santo Imeneo,

Imene, Imeneo, vieni Imeneo.
Dunque già si divide

Alma vergine Dea

Dall'altre dolci tue vergini ancelle.

Chi per valor si vide,

Che si tra noi splendea,

Come tu in ciel fra le minori stelle?
Più care forme e belle

Giammai non mirò il Sole

Di beltà, cortesia,

Di grazia e leggiadria

Al portamento, agli atti, alle parole.
Deh come, o Sposo altero,

Al Ciel piacesti tanto,

Che una Sposa degnissima d'Impero
E per gli avi e per sè godessi accanto!
Vieni, santo Imeneo

Imene, Imeneo, vieni Imeneo.

Dunque pur già sen viene

Tutto lieto e ridente

Sotto il tuo giogo d'ôr, santa Giunone,
Con l'alte voglie piene

Di pura fiamma ardente

Il generoso e nobile Garzone;

Che scovre al paragone

Le virtù de' maggiori,

Che in cento e cento lustri

Vissero sempre illustri

In riva al chiaro Alete almi Signori.

Deh qual sfera beata

Piove si largo nembo

Di grazie in seno a te, Sposa ben nata, Onde accogliesti un tanto sposo in grembo?

Vieni, santo Imeneo,

Imene, Imeneo, vieni Imeneo. Chiudete omai, chiudete

I rivi di Elicona,

O del canoro Dio sante sorelle;

Chè del cantar la sete
Tratto tratto abbandona

Questi cari garzon, care donzelle,
E voi, benigne stelle,
Mandate pur, mandate

Dal cielo più sereno
All' alma Sposa in seno

Alme di tal virtù ricche ed ornate,

Che lo Sposo gentile

Con esempio ben raro

Vada per lunga età da Battro a Tile

Del bel nome di Padre altero e chiaro.

Vieni, santo Imeneo,

Imene, Imeneo, vieni Imeneo.

Per le Nozze di D. Gio. Battista Filomarino, principe della Rocca, e D. Maria Vittoria Caracciolo de' marchesi di S. Eramo.

GIUNONE IN DANZA (1)

Io de le nozze riverito Nume,

Che le genti chiamaro alma Giunone,

(1) Questo lungo Componimento fu impresso nella Raccolta che per tali Nosse il Vico ebbe cura di pubblicare nel 1721 in Napoli, presso Felice Mosea, in-4. Vi si legge la seguente Dedica :

ALLA VIRTVOSA DONNA
ANNA COPONS (a)

ECCELLENTISSIMA MARCHESA DI SANTERAMO
LA QUALE
AGL'INCLITI PREGI
DELL'ANTICHISSIMO

DA VN DE' NOVI BARONI

I QUALI QUANDO PORTO' CONTRO MORI LA GUERRA
IN ISPAGNA CARLO MAGNO SEGUIRONO

INDI IN CATALOGNA
FELICEMENTE PIANTATO
E DI UOMINI

PER LE ARTI DELLA PACE E DELLA GVERRA
CHIARISSIMI

SEMPRE FECONDO

E PER DVE TRA GLI ALTRI

DELL' ORDINE GEROSOLIMITANO
GLORIOSI GRAN MAESTRI (b)

Questa famiglia fu detta de Comps nel Delfinato: Pietro Boissat appresso il Bossio nell'Istoria della Religione di Malta.

(b) Arnaldo e Bertrando l'istesso Bossio in detta Istoria lib. 7, pag. 252, let. B; e lib. 14, pag. 630, let. B.

Vico, Opuscoli.

25

Che, perchè sotto il mio soave giogo
Or due ben generose alme congiunga,
Gentili cavalieri e chiare donne,
Co' prieghi umíli di potenti carmi
Invocata qua giù tra voi discendo:
E perchè sotto il mio soave giogo
Due alme al mondo sole or io congiunga,
Menovi meco in compagnia gli Dei,
Che innalzò sovra il ciel l'etade oscura,
Con Giove mio consorte e lor sovrano,
Come ben si convenne al secol d'oro
Con semplici pastori e rozze ninfe
In terra conversare i sommi Dei:
E 'n questo culto di civil costume,
Ed in tanto splendor d'alma cittade
Almeno per ischerzo, almen per gioco
Vedersi in terra i Dei or non conviene?
Questa augusta magione

E d'oro e d'ostro riccamente ornata,
Ove 'n copia le gemme, in copia i lumi
Vibran sì vivi rai,

ILLVSTRE CEPPO

DONDE ELLA È MERITEVOLISSIMAMENTE VSCITA
LE ALTE E RARE

DEL BELLO E DELICATO CORPO

E MOLTO PIV' DEL SAGGIO INTENDIMENTO
E DELL'ANIMO GRAVEMENTE GENTILE

LODEVOLISSIME DOTI
ACCOPPIANDO

E PER SE STESSA

DI OGNI RIVERENZA E DI OGNI ONORE

DEGNISSIMA
PERCHE

MOLTO PIV' CHE SE LE FVSSE DILIGENTISSIMA MADRE
EFFICACEMENTE HA GODVTO

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CHE

L'ECCELLENTISSIMA SIGNORA MARIA VITTORIA CARACCIOLA' DE MARCHESI DI SANTERAMO

ALL'ECCELLENTISSIMO SIG. GIAMBATTISTA FILOMARINO
PRINCIPE DELLA ROCCA

CON FELICISSIME NOZZE IMPALMASSESI
QVESTA CORONA

DI PELLEGRINI INGEGNI
DOTTI ED ORNATI COMPONIMENTI
IN LODE DI SI BEL NODO TESSVTI
GIAMBATTISTA VICO

CON LA RIVERENTE MANO
CON LA QVALE GLI RACCOLSE
DIVOTAMENTE

CONSACRA

Qual le più alte e le più chiare stelle,
Di cui s'ingemman le celesti loggie;
S'albergare qua giù vogliono i Dei,
Ov'alberghin i Dei non sembra degna?
E quell'argentee ed ampie mense, dove
L'arte emulando il nostro alto potere,
L'Indiche canne e i favi d'Ibla e Imetto
Presse di eletti cibi

In mille varie delicate forme,
Le quai soavemente

Si dileguan su i morsi,

Si dileguan tra i sorsi,

Non somiglian le nostre eterne, dove
Bevesi ambrosia, e néttare si mangia,
Che quali non vogliam, danno i sapori?
Tutto a questo simíl, dolce concento
Di voci, canne e lire

Risuonan di Parnaso

Le pendici e le valli,

Quando cantan le Muse, e loro in mezzo Tu tratti l'aurea cetra, o biondo Apollo. Ma questi Regj Sposi

De' rari don del Cielo,

Quanti altri mai, ben largamente ornati, Di tai mortali onori

Di gran lunga maggiori

Degni pur son d'un nostro dono eterno,

Onde adoriamo in essi

I nostri stessi eterni don del Cielo.

I terreni Regnanti,

Che stunno d'ogni umana altezza in cima,
Stiman sovente di salir più in suso
Scendendo ad onorare i lor soggetti;
E i terreni Regnanti

Son per essi soggetti a' sommi Numi;.
E perchè sol soggetti a' sommi Numi,
Han stabiliti i sommi regni in terra:
Perchè lo stesso a noi lecer non debbe?
Che, perchè onnipotenti

Credettero le genti

Poter pur ciò che 'n sua ragion vietato,
E fur da noi sofferte;

Che credessero in tutto a noi permessa,
Purchè credesser noi potere il tutto,

E si le sciolte fiere genti prime
Apprendesser temendo
Dal divino potere

Ogni umano dovere.

Del Garzon dunque valoroso e saggio,
Che coll'alte virtudi

Veracemente serba il nome antico,
Che d'Immortalità risuona Amante;
E de l'alta Donzella,

Di cui sovra uman corso

Vien dal bel corpo la virtù più bella, Ond'è a la terra e al ciel cotanto cara, Che fatto ha sua natura il nobil nome, Omai l'inclite nozze

Festeggiamo danzando, o sommi Dei; E chi a menar la danza ha ben ragione, L'auspice de le nozze ella è Giunone. Esci dunque in danza, o Giove, Ma non già da Giove Massimo, Di chi appena noi Celesti Sostener possiam col guardo Il tuo gran sembiante augusto; Esci sì da Giove Ottimo, Con quel tuo volto ridente, Onde il cielo rassereni, E rallegri l'ampia terra; E dovunque sì rimiri Fondi regni, innalzi imperi; Tal che 'I tuo guardo benigno Egli è l'essere del mondo. Deponi il fulmine

'Grave e terribile
Anche a' più forti,
Non che lo possano
Veder da presso
Queste che miri,
Queste che ammiri

Tenere donne,
Tanto gentili
E delicate.
Ti siegua l'aquila
Pur fida interprete
De la tua lingua;
Con cui propizio

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