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compenso in una Percettoria, sorta di benefizio, che per essere egli cherico potè facilmente ottenere, ma che per esser posta nel regno di Napoli nelle vicende di questo non pote lungamente conservare. Non perciò mancarono premii al merito singolare del Metastasio, che nella più augusta corte, e forse nella più brillante capitale del mondo poteva dire di essere in luogo e in regno suo. Vi fu sempre talmente onorato, pareva aggiungere qualche cosa allo splendor del trono; tanto è vero quel coelo musa beat, per cui Orazio credeva di potere offerire ai Grandi doni più preziosi e più durevoli di quel che avesse potuto farlo o Scopa o Parrasio. Ne aveva bisogno il Metastasio, come quegli, pretium dicere muneri, perchè avendo intrapreso di esprimere ne' suoi drammi la dolce facilità de' suoi costumi, di ornarli di sentimenti e di parole, che paiono le più comuni, ma che adoprate da lui acquistano un'eleganza e una grazia inimitabile, e di spargere in essi, mentre parla il linguaggio il più naturale delle passioni, una morale dolce, amabile, facile, applicabile a tutte le circostanze, e fatta per tutti gli stati e per tutte l'età, doveva divenire il poeta alla moda.

L'Adriano e il Demetrio furono i primi drammi, di cui nobilitò la scena imperiale. Gli Augusti monarchi Carlo ed Elisabetta avevan già palesato allo Zeno il loro gusto per le gravi sentenze, e il Metastasio lo secondo, per quanto lo comportava la natura dell'argomento. Se si fosse sforzato, come fece lo Zeno nella Merope, nell'Ifigenia, e in qualche altro dramma, di far trionfare gli affetti nobili e forti, e non gli effemminati, avrebbe anche maggiormente incontrato il genio di quei Sovrani. Ma Adriano ama perdutamente Emirena amante di Farnaspe a dispetto della sua Sabina anch'essa amata da altri; Cleonice non cura gli amori di Olinto, e s'abbandona a quelli d' Alceste; tutto in somma spira mollezza di passione amorosa, che comincia, intreccia, e finisce quelle due favole. Ha un bel dire il Poeta, che da sì bel fonte nascono gran cose, e che amano non sol gli Eroi, ma anche i Numi; ma è certo, che coll' aver creato Signor de' suoi drammi l'Amore a segno che non manca in alcuno, e che in qualcuno, come nella Semiramide, fa tutti i personaggi ebri di sè, ha meno servito a un de' principali scopi del teatro, che si propone specialmente di destare l'amore della virtù o l'orrore del vizio, a prospero o ad infelice fine pervengano i Grandi, che rappresenta. Non si nega, che la passione amorosa non possa divenire interessantissima, ma ciò accaderà solamente (ed esempio ne sia la Fedra, che è il trionfo non sol del Racine, ma ancora del moderno teatro) quando ella faccia il nodo di tutta la favola, e che da lei dipenda lo scioglimento di essa. Ma quando è subalterna ed episodica, come in molti drammi del Metastasio, non solo trattiene la rapidità dell'azione principale, ma illanguidisce l'affetto medesimo, e se la passione non è forte, seria e terribile, non può essere teatrale. Onde a ragione un bravo scrittore assomiglio questa stessa passione posta sul teatro al governo dei tiranni, i quali o regnano dispoticamente fra la strage ed il sangue, o perdono il trono e la

vita. M'interessano le amorose smanie di Ipermestra, mi fan versar lagrime i casi di Timante e Dircea, tremo per l'amante e virtuosa Zenobia perseguitata dai sospetti dell'impetuoso e feroce Radamisto, ma sono indifferente pe' sospiri di Amenofi, di Barsene, di Cleofile, di Selene, di Megabise, di Tamiri, e di tanti e tante altre che amano per servire al poeta, come se il dramma non ammettesse varietà di passioni, e fosse nato non per correggere la violenza e il mal talento dei Grandi, ma per richiamare i tempi dell'antica cavalleria. Chi crederebbe, ove Cesare intraprende d'espugnare la più difficile di tutte le rocche, quale era l'anima atroce di Catone, di sentirlo riscaldare l'aria di sospiri per l'amore di Marzia, e mescolare coi sentimenti degni del vincitore

del gran Pompeo, e di chi pel suo valore poteva aspirare all'impero del mondo intero, quelli che risveglia nelle persone le più volgari un' effemminata passione? O questa non dovrebbe comparire in Eroi di simil fatta, o mostrandosi, dovrebbe essere di quel fiero carattere, con cui la dipinse Orazio:

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Chi non si risentirà a quelle leziose espressioni, che uomini nati fra gli scogli della Mauritania o sulla riva del Gange, e che non aspirarono se non se alla gloria di conquistatori, adoprano per esprimere la passion dell' amore, che fu per loro un bisogno materiale de'sensì, e non un raffinamento d'immaginazione? Per fino quel

Monstrum horrendum, informe, ingens, cui (lumen ademptum. Trunca manum pinus regit, et vestigia firmat,

presso il Metastasio confessa di sentirsi palpitare il cuore per due luci sfolgoranti, e di aver insegnato all' onde e alle arene a replicare il nome della sua amata Galatea. Ma, se il poeta impresto spesse volte l'espressioni del suo cuor sensibile e del suo florido stile a quelle persone, che sembrano di ricusarle, se potè scusarsi, che componendo drammi per piacere al popolo e specialmente a quella parte di esso, che è l'arbitra dei pubblici applausi, cioè al bel sesso, dovette necessariamente far uso degl'intrighi amorosi, potè altresi gloriarsi, che sapeva parlare ancora il linguaggio e degl' intrepidi Romani, e de' barbari Sciti, e degli ambiziosi Parti e di quant'altre celebri nazioni, che gli piacque d'introdurre ne'suoi drammi. Il solo Catone ne sia un esempio. Non spiran forse la grandezza di quell' invincibil Romano queste espressioni?

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Io moro sì, ma della morte mia

Poco godrai. La libertade oppressa
Il suo vindice avrà ; palpita ancora
La grand' alma di Bruto in qualche petto.
Chi sa...

Lontano

Forse il colpo non è: per pace altrui
L'affretti il cielo, e quella man, che meno
Credi infedel, quella ti squarci il seno.

E quel monologo, con cui termina i rimproveri e la vita?

Vinceste, inique stelle. Ecco distrugge
Un punto sol di tante etadi e tante
Il suder, la fatica: ecco soggiace
Di Cesare all' arbitrio il mondo intiero.
Dunque, chi'l crederia! per lui sudaro
I Metelli, i Scipioni? ogni Romano
Tanto sangue versò sol per costui?
El'istesso Pompeo pugnò per lui?
Misera libertà! Patria infelice!
Ingratissimo figlio! Altro il valore
Non ti lasciò degli avi
Nella terra già doma

Da soggiogar che il Campidoglio e Roma.
Ah non potrai, tiranno,

Trionfar di Catone. E se non lice

Viver libero ancor, si vegga almeno
Nella fatal ruina

Spirar con me la libertà latina.

Bellezze si fatte esprimenti caratteri e costumi proprii son frequentissime nei drammi del Metastasio, che, simili all' Orazioni di Crasso, eran sempre riputati i più belli quelli che gli ultimi erano stati composti. Una gran corte, grandi oggetti, gran vicende rendettero più attivo quel talento d'osservazione, che era nato con lui, e quella delicatezza di tatto, con cui sapeva distinguere le più piccole gradazioni e differenze delle umane passioni; perfezionarono in somma in lui quella scienza si difficile e complicata, che si chiama morale, che per l'onore degli uomini non dovrebbe avere il nome di scienza. Così il mondo e le società de'Grandi, che tanti corrompono, servirono a lui di mezzo per aprire agli occhi del suo secolo una sorgente feconda di piaceri e d'istruzioni. Qualcuno ha detto del Metastasio, che egli deve esser collocato nel numero di que' rari genii, che non hanno avuto niente d'aurora, e che dal momento, che han cominciato a salire, sono arrivati a quel punto d'elevazione, a cui potevano aspirare senza mai più

discenderne. Ma sembra a noi che, come tutti gli altri drammatici, abbia egli avuto il suo nascimento, il suo mezzo giorno, e il suo occaso, e quel che compose ene'primi dieci anni del suo soggiorno in Vienna, determinò il punto il più elevato della sua gloria. In fatti l'Issipile, l'Olimpiade, il Demofoonte, la Clemenza di Tito, l'Achille in Sciro, il Ciro riconosciuto, il Temistocle, la Zenobia e l'Attilio Regolo nacquero in quel tempo, e devono riguardarsi come i capi d'opera del nostro Poeta. Sempre grande e tenero, e qualche volta ancora tragico piacque le mille volte ripetuto, e potè dirsi allora a coloro, che si eran dichiarati nemici irreconciliabili dell'Opera, venite, vedete, ed ascoltate. Egli medesimo uni qualche volta le sue lagrime a quelle del pubblico a dispetto della severità, con cui riguardava i suoi parti, e dove confessare, che partendo da nozioni comuni e da sentimenti nati con noi medesimi, conduceva dolcemente i suoi spettatori per l'ampio teatro della vita a contemplare o i capricci e le debolezze, o le gloriose imprese dell'umane passioni. Offre egli un esempio di filial pietà? Qual più tenera, più ingegnosa di quella d'Issipile per Toante, e più vivamente lumeggiata dal contrasto della furibonda Eurinome e del disperato, ma però sempre dubbioso ed incerto Learco, che non essendo malvagio abbastanza, perchè sente ancora i rimorsi della coscienza e moti della natura, dà a tutto il dramma una sospensione ed un intreccio maraviglioso! Vuol egli mostrare quanto possa l'amicizia, la gratitudine e l'onore? Ei lo fa con sensi si teneri nell'Olimpiade, che forza le anime le più insensibili a piangere sui finti casi di Licida e di Megacle, sui loro amori e sul generoso sagrifizio, che ciascun vuol fare della propria vita. E quei versi, che si dolcemente scuotono e commovono l'anima, di quanti ornamenti poetici non sono eglino vestiti? Qual più rapida narrazione di quella, con cui Aminta riferisce la morte che tentò di darsi il suo diletto Megacle?

Fugge da me, ciò detto,

Come Partico stral. Vedi quel sasso, Signor, colà, che il sottoposto Alfeo Signoreggia ed adombra? Egli v'ascende In men che non balena. In mezzo al fiume Si scaglia: io grido invan. L'onda percossa Balzò, s'aperse; in frettolosi giri Si riunì; l'ascose. Il colpo, i gridi Replicaron le sponde, e più nol vidi. Chi non riconoscerà la vera indole greca in quest' aureo inno?

Del forte Licida

Nome maggiore
D' Alfeo sul margine

Mai non sonò.
Sudor più nobile
Del sno sudore
L'arena olimpica
Mai non bagnò.
L'arti ha di Pallade,

L'ali ha d' Amore;
D' Apollo e d' Ercole
L'ardir mostrò.

i

No, tanto merito,

Tanto valore

L'ombra de' secoli

Coprir non può.

Non è forse degna d' Omero quella invocazione di Clistene?

O degli uomini padre e degli Dei,
Onnipotente Giove,

Al cui cenno si muove

Il mar, la terra, il ciel, di cui ripieno
È l'universo, e dalla man di cui'
Pende d'ogni cagione, e d'ogni evento
La connessa catena,

Questa, che a te si svena,

Sacra vittima accogli. Essa i funesti,
Che ti splendono in man folgori arresti.

E chi non sente riscaldarsi il cuore, e divenir mag-
gior di se medesimo a quei detti d'Argene?
Oh forte! oh generoso! Ed io l'ascolto

Senza arrossir? Dunque ha più saldi nodi
L'amistà, che l'amore? Ah quali io sento
D'un'emola virtù stimoli al fianco!
Sì, rendiamoci illustri. In fin che dura
Parli il Mondo di noi. Faccia il mio caso
Meraviglia e pietà, nè si ritrovi
Nell' universo tutto

Chi ripeta il mio nome a ciglio asciutto.
Fiamma ignota nell' alma mi scende,
Sento il Nume, m'inspira, m'accende,
Di me stessa mi rende maggior.
Ferri, bende, bipenni, ritorte

Pallid' ombre, compagne di morte,
Già vi guardo, ma senza terror.

I dolci affetti e di padre e di sposo contrastati da una serie funesta d'avvenimenti qual interesse risvegliano nel Demofoonte! Non v'è scena in questa tragedia, che non sia in azione, non v'è parte o azione, anzi non v'è parola che non cospiri al tutto. Con arte maravigliosa dal principio fino alla fine son sospesi gli animi degli spettatori, e a grado a grado son condotti alle sensazioni di varii interessantissimi affetti, tenerezza, pietà, maraviglia e terrore, fin che con impensata catastrofe giungano al compimento de'loro desiderii, che è la liberazion di Dircea dal crudele sacrifizio, il disimpegno della parola reale, lo scoprimento dell' usurpatore innocente e la tranquillità del meschino Timante, che sembrava di aver ben giusta ragione di esclamare:

Perchè bramar la vita? E quale in lei
Piacer si trova? Ogni fortuna è pena,
E miseria ogni età. Tremiam fanciulli
D'un guardo al minacciar. Siam giuoco adulti
Di Fortuna e d'Amor. Gemiam canuti
Sotto il peso degli anni. Or ne tormenta
La brama di ottenere ; or ne trafigge
Di perdere il timor: eterna guerra
Hanno i rei con se stessi, i giusti l'hanno
Coll' invidia e la frode. Ombre, deliri,
Sogni, follie son nostre cure ; e quando
Il vergognoso errore

A scoprir s'incomincia, allor si more. Ma fra tante sciagure, che oppressero l' infelice, con quai colori esprime la maggior di tutte, che

era il timore di rinnovare in sè il detestabile esempio dell' incestuoso Edipo!

Misero me! qual gelido torrente
Mi rovina sul cor! Qual nero aspetto
Prende la sorte mial Tante sventure
Comprendo alfin. Perseguitava il Cielo
Un vietato imeneo. Le chiome in fronte
Mi sento sollevar. Suocero e padre
M'è dunque il re? Figlio e nipote Olinto?
Dircea moglie e germana? Ah qual funesta
Confusion d'opposti nomi è questa !
Fuggi, fuggi, Timante: agli occhi altrui
Non esporti mai più. Ciascuno a dito
Ti mostrerà. Del genitor cadente

Tu sarai la vergogna; e quanto, oh Dio!
Si parlerà di te. Tracia infelice,
Ecco l'Edipo tuo. D'Argo e di Tebe
Le furie in me tu rinnovar vedrai.
Ah non t'avessi mai

Conosciuta, Dircea! Moti del sangue
Eran quei che io credeva

Violenze d'amor. Che infausto giorno
Fu quel che pria ti vidi! I nostri affetti
Che orribili memorie

Saran per noi! Che mostruoso oggetto
A me stesso io divengo! Odio la luce;
Ogni aura mi spaventa ; al piè tremante
Parmi che manchi il suol; strider mi sento
Cento folgori intorno, e leggo, oh Dio!
Scolpito in ogni sasso il fallo mio.

L'elogio del Metastasio non si può far meglio che col rendere sensibili le bellezze dei versi suoi, le quali, se sono mirabili fuor del luogo ove egli le adopero, acquistano ancora un maggior splendore dalle circostanze in cui si trovano, e dalle azioni che rappresentano i suoi attori. Accade però (e qual originale poeta va esente da ogni difetto?) che tra le infinite bellezze de' drammi di lui, se ne incontrino alcune, che più si ammirano staccate, che legate all'azione e al carattere. di chi le usa. Piacemi quella similitudine:

Saggio guerriero antico
Mai non ferisce in fretta,
Esamina il nemico
Il suo vantaggio aspetta,
E gl' impeti dell' ira
Cauto frenando va:
Move la destra e il piede,
Finge, s'avanza e cede
Finchè il momento arriva
Che vincitor lo fa.

Ma quando rifletto, che parla con essa un Tribuno romano immerso in profondi pensieri, cessa di piacermi; e lo stesso dirò di quell' altre similitudini e sentenze che posson parere fuor di luogo, perchè o non convengono al carattere di una tal persona, o alle circostanze di una tale azione, che esclude ne'suoi impeti e ne'suoi trasporti i sentimenti che son l'opera di una sedata e filosofica meditazione. Se l'esempio dei Greci somministrasse sempre un argomento alla propria difesa, quello d' Euripide, che in ogni verso vi dà un precetto di reggere la vita, deve scusare il Metastasio, che fu molto più parco di lui in dispensare le sentenze, e che aiutato dalla

facilità della sua vena e dalla nobiltà e piacevolezza del suo stile, non vi dice cosa, che, per quanto ovvia e comune ella sia, non acquisti il merito della novità sol perchè fu detta da lui. È ancora da osservarsi che chi volesse imitare nei drammi l'arte di Sofocle, che senza far pompa di sentenze e di dottrine le stempera però entro la sua favola come sangue di quel corpo, e che più col fatto, che colle parole ammaestra l'umana vita, meno essi piacerebbero alle persone per cui son composti, e meno sarebbero adattabili alla musica, a cui giuoco forza è che servano. Questa per divenire espressiva ha bisogno di passioni, di sentimenti e d'immagini, e un poeta, che non sia semplice insieme e maestoso e naturale nel suo artifizio medesimo, non può pretendere d'esser cantato. E sarebbe stato desiderabile, che per servir meglio alla gloria del Poeta, il gusto della nostra nazione fosse stato tale da non esigere da lui se non quelle arie, che sono un abbellimento del soggetto medesimo, e da ricusar quelle che interrompono l'azio

ne,

, perchè così la nostra opera sarebbe potuta divenire una vera immagine della scena greca. Ma il pretendere, quasi tant'arie quanti sono i finali delle scene, obbliga un genio a creare delle bellezze, che quantunque paragonabili alle più belle strofe delle odi d'Orazio, perchè qualche volta son fuor di luogo, cessano di piacere a quelli, che domandano regolarità e connessione in tutte le parti del dramma. Gli Ateniesi certamente non avrebbero sofferto che Edipo ed Oreste nel momento della loro riconoscenza avessero detto ad Elettra e a Giocasta delle similitudini e delle sentenze tagliate a canzoni.

Ma per tornare ai drammi nominati di sopra del Metastasio, dopo il suo prediletto Demofoonte, dette egli la Clemenza di Tito, che da taluno si pretende essere il capo d'opera del medesimo, come lo fu il Cinna del Cornelio che si propose d'imitare. Forse la tragedia del Francese nasconde più l'arte di cui è piena. Il nostro Italiano ha voluto trionfare per la nobiltà dell'espressioni e per la magnificenza dei sentimenti; e un grande scrittore, tragico anch' egli, e giudice si difficile, che l'anima grande del Cornelio dove temere la severità delle sue critiche, giudicò che la scena in cui Tito rimprovera a Sesto i suoi non meritati tradimenti, e che il monologo che ne vien dopo di Tito medesimo, sono paragonabili a tutto quello che ha di più bello la Grecia, se non ne sono superiori, e che son degni di Cornelio, quando non è declamatore, e di Racine quando non è debole (1). Ma gli elogi i più lusinghieri pel Metastasio furono le lagrime di quel Monarca, ch' ei volle dipingere nella bell' anima di Tito, e che, ben lungi dal pretendere d'insegnare a lui, che il primo dover di un sovrano è di esser clemente e benefico, disse d'aver preso da lui medesimo i vivi colori, con cui rende mirabile ogni detto e ogni azione del suo protagonista. Quelli, che per innalzare o per deprimere questo dramma del Metastasio, vogliono in ogni parte paragonarlo col

() Voltaire, Dissertation sur la tragédie

ancienne et moderne.

METASTASIO

Cinna del Cornelio, debbono ricordarsi che altra è la condotta di una regolata tragedia, altra di un dramma cantabile. Domanda quella un lento ed artificioso sviluppo degli avvenimenti; vuol questo, speditezza e rapidità d'intreccio, e per conseguenza precision di parole e di sentimenti ; e chi pretendesse di trasportare all' Opera la bella scena del Cornelio, con cui comincia l'atto secondo, e che è un modello di eloquenza, e un poetico trattato del diritto delle genti, farebbe, per l'impossibilità d'accompagnarla colla musica, morir di languore gli uditori. Non bisogna dar debito al Metastasio di quel che fa un merito suo singolare, che consiste in un passaggio facile e pronto di situazione in situazione, in un risparmio di circostanze oziose, in una serie artifiziosamente legata di scene corte, ma vive ed appassionate, in un' economia di discorso, che serve come di testo, su cui la musica ne faccia poscia il commento, nella difficile combinazione in somma del merito poetico coll' impazienza e col gusto dello spettatore, che richiede d'essere istruito, commosso e dilettato dalla varietà della musica e de' cantori, e dalla pompa delle decorazioni. Una madre appassionata, che domanda, che le sia restituito il figliuolo, dà all' eloquenza tragica un bel campo da spaziare e da commovere. Il Metastasio è obbligato di esprimere in quattro versi una sì dolorosa situazione: Rendimi il figlio mio;

Ahi! mi si spezza il cor;

Non son più madre ; oh Dio!
Non ho più figlio.

Ma questi quattro versetti soli, come osserva un celebre Inglese, il signor Grimm, animati dalla musica produrranno un più sorprendente effetto su gli animi degli uditori, che l'eloquente e tragica scena del Voltaire nella sua Merope.

Alla Clemenza di Tito successe l'Achille in Sciro, che nacque nelle nozze le più avventurose per l'Europa, che dovevan decidere della sorte di tanti regni e della nascita di tanti eroi, trai quali il solo Giuseppe II tante racchiude in seno brame di onore e di gloria, e tante dà prove del suo magnanimo cuore, che può a ragione chiamarsi l'ammirazione del secolo. Quel carattere d' Achille pronto, iracondo, inesorabile e fiero, che non soffre leggi, e che fa delle sue armi la sua ragione, come dal principio alla fine è. sostenuto, anche in mezzo agli amorosi trasporti

per

Deidamia! Ulisse ancora vi comparisce, quale cel descrive Omero, pien d'arte e di simulazione: e se il poeta avesse nella catastrofe fatto del suo principal eroe tutt'altro che uno sposo, direi questo dramma un de' più felici per la condotta fra i molti felicissimi del Metastasio. Ma egli doveva per debito di professione condurre tutti i suoi drammi a lieto fine, nè poteva questo esser altro che nozze, se l'amore, la sola tenerezza alla moda, ne doveva esser l'ingrediente. Achille però non ama come un Fileno, e il suo amore spesso combattuto dai rimorsi si mostra come una debolezza, e non come una virtù. Il destino di quell' eroe era di essere guerriero invincibile, ma il suo cuore era fatto per amare Deidamia. Minori sensi d'amore, perchè vi trion

b

fa la pietà d'una tenera madre, racchiude il Ci-
ro riconosciuto. La situazione di Mandane, che
credeva di toglier di vita l'uccisore del figlio
nel figlio medesimo, è piena di moto e di sen-
timento, e tutta la favola v' interessa, vi muove,
e vi sospende fino alla fine; e se paresse troppo
repentino il cambiamento di quel mostro di Astia-
ge, si compatisca il poeta, che non potè dare
più estesi confini al suo dramma. Non ostanti
queste angustie, intraprese nel suo Temistocle a
mostrare quest'eroe in tutta l'estensione del suo
carattere; e si ammira in lui non solamente il
valore, la generosità, la prudenza, la costanza,
l'amor della virtù, l'avidità della gloria, l' in-
trepidità e la riconoscenza, ma anche cio che
era l'
opera dell'educazione ateniese, cioè un
amor sommo della patria, superiore a qualunque
scossa della fortuna, a qualunque insidia ed ol-
traggio de' suoi cittadini, e l'avere il petto pie-
no di filosofia. Pompeggia questa nelle nobili
sentenze e negli ammaestramenti, che dà ai figli,
e per quanto questi gli sien cari, Temistocle è
prima grand' uomo, prima ateniese, e poi è
padre. La morte è per quell' eroe un dolce dove-
re, quando la vita debba costare un delitto.
Ah figli

Qual debolezza è questa? A me celate
Quell' imbelle dolor. D' esservi padre
Non mi fate arrossir. Pianger dovreste
S' to morir non sapessi.

Udite. Abbandonarvi io deggio
Soli in mezzo a' nemici

In terreno stranier... Siete miei figli,
Rammentatelo, e basta. In ogni incontro
Mostratevi coll' opre

Degni di questo nome. I primi oggetti
Sian de' vostri pensieri

L'onor, la patria, e quel dovere a cui
Vi chiameran gli Dei. Qualunque sorte
Può farvi illustri ; e può far uso un' alma,
D'ogni nobil suo dono

Fra le selve così come sul trono.
Del nemico destino

Non cedete agl' insulti. Alle belle opre
Vi stimoli la gloria,

Non la mercè: vi faccia orror la colpa,
Non il castigo; e se giammai costretti
Vi trovaste dal fato a un atto indegno,
Vi è la via d' evitarlo, io ve l'insegno.
Chi non invidierà ad Atene un uomo simile, e
chi non si maraviglierà dell'ingiustizia della for-
tuna e di sconoscenti cittadini d'averlo renduto
l'ammirazione de' secoli avvenire più per la co-
stanza nelle avversità, che per la copia dei me-
ritati trionfi? Se vi è cuore che non senta destar-
si amore di virtù ai detti, e compassione ai casi
del Temistocle del Metastasio, e che non richia-
mi con dolorosa invidia que' tempi, ne' quali un
perseguitato eroe si gloriava di amare nella sua
benche ingrata patria,

Le ceneri degli avi,

Le sacre leggi, i tutelari numi

La favella, i costumi,

Il sudor che mi costa,

Lo splendor che ne trassi

si dolga almeno della sua insensibilità, e tinto di vergogna veneri i grandiosi esempii, che un virtuoso e sensibile poeta seppe fare anche più belli colla magia dello stile e colla copia delle sentenze, e con quell'arte tutta sua di piacer sempre in qualunque situazione ponga i suoi personaggi.

Quell' uomo ferreo di Gian-Vincenzio Gravina, allorchè il Metastasio comincio a trattar la poesia drammatica, avrebbe desiderato d' inspirargli quell'avversione al sesso femminile, di cui era pieno Euripide, e che tanto palesò nelle sue tragedie, e soprattutto nella Medea, nell'Andromaca, nell' Ippolito, nell' Ecuba. Ma l'anima del Metastasio era fatta per amare, e per iscusare la propria sensibilità nelle debolezze del teaero sesso, che sembra vendicarsi delle maldicenze, che si scagliano contro di lui, col sentiamento che le produce. Avesse egli delle Zenobie e gli perdoneremmo le sue fallacie, i suoi trascorsi e i suoi trionfi ; ma gli esempii di una fedeltà coniugale, che tutto, e perfino la più tenera passione sagrifica al suo dovere, furon rari in ogni tempo; e perchè il Metastasio ne trovo uno in Zenobia gli dette tant'anima, e lo vesti di tante bellezze poetiche, che questo dramma sembra a noi un de' capi d' opera del nostro poeta. Anche in esso ebbe un vivo modello da ritrarre, e furono le singolari virtù di una Sovrana, la quale, non altrimenti che Zenobia compenso le infedeltà di tante mogli, compensava essa pure i vizii di tante donne, che eran sedute sul trono de' Cesari. L'entusiasmo, che il pubblico mostro per la Zenobia, non fu punto

indebolito dalla lettura si funesta ai drammi i più applauditi; e quei medesimi che rimproveravano il Metastasio di essere monotono nei suoi soggetti e nella sua maniera, dovettero confessare che aveva saputo senza insanguinare la scena render tragico l'amore, e che poteva a piacimento e lacerare e toccare il cuore, e muover quegli affetti i quali dipendono da una passione, che ove soggiorna, sembra essere l'assoluta padrona di tutti, ma che ciò non ostante pote esser vinta dalla rara fedeltà di Zenobia. Racchiudere un fatto illustre nel breve spazio di poche ore, formare un nodo non men verisimile che interessante, istruire di questo lo spettatore in poche parole e fin dal principio preparare e far nascere gli accidenti senza alcuno sforzo, non far comparire i personaggi, che quando debbono venire, rendere visibili le diverse ne'diversi individui interne alterazioni degli affetti umani, e investirne gli animi degli spettatori, e così trasportarli dolcemente ove più aggrada, non dir cosa alcuna d' inutile, istruire lo spirito, muovere il cuore, esser sempre eloquente in versi, e con eloquenza propria a ciascun carattere rappresentato, parlar la lingua poetica con quella purità, che si adopra nella prosa la più castigata, senza che l'uso della rima sembri forzare i pensieri, ma che anzi li renda più belli nella loro medesima naturalezza, non dire un sol verso o duro o oscuro o declamatorio, sono i meriti che distinguono tutti i drammi del Metastasio; e il voler parlare di ciascuno a parte, ci obbli

L'aria, i tronchi, il terren, le mura, i sassi, gherebbe a ripetere i medesimi elogi non senza

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