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PURGATORIO

CANTO I.

ARGOMENTO

Racconta il Poeta in questo primo canto, come egli trovò l'ombra di Catone Uticense; dal quale informato di quanto avea da fare, prese con Virgilio la via verso la marina; e lavato che Virgilio gli ebbe il viso di rugiada, e giunti al lito del mare, lo ricinse d'uno schietto giunco, come gli era stato impo sto da Catone.

Per correr miglior acqua alza le vele

Omai la navicella del mio ingegno,

I

1 al 3 Lo stile del Poeta, come osserva il sig. Ginguené (Hist. litt. d'Italie, ch. Ix.) prende nel principio di questa cantica uno splendore ed una serenità che ne annunzia il soggetto. Le sue metafore sono tutte prese da oggetti ridenti. Egli profonde senza sforzo le ricche immagini, le figure ardite, e da alla lingua nostra una sublimità che prima non ebbe, nè fu sorpassata dappoi. È da osservarsi però che Dante non si abbandona ad un tale trasporto entrando nel Purgatorio, nel quale non sono nè astri, nè cieli luminosi, e dove la speranza medesima viene rattristata dalle pene che vi si soffrono, ma sì bene alla sua uscita dell'Inferno, e quand' egli si trova giunto su quel suolo che separa la montagna dal mare. Per correr ec. Allegoricamente favella il Poeta del suo scrivere come navigazione; e pel mar crudele che lascia dietro, intende il già descritto Inferno.

di una

Vol. II.

1

Che lascia dietro a sè mar sì crudele:

E canterò di quel secondo regno,
Ove l'umano spirito si purga,

E di salire al Ciel diventa degno.

4

Supponendo il Castelvetro che miglior acqua appelli Dante la materia della presente cantica perchè la giudichi più agevole da trattarsi di quella dell'Inferno, e ricercandone il perchè: Di vero, dice, altro non si può rispondere, se non, che quella era di maggiori pene, cioè infernali, e questa di minori, cioè purgative. Ma l'agevolezza del trattar la materia e del comprendersi in versi non si considera per le cose che offendono più o meno, ma per le cose che sono più o meno usitate agli uomini comuni, o più comprendevoli, o meno da loro. Laonde l'arti e le scienze sono più difficili da scriversi, perciocchè più si scostano dall'intelletto popolare, che non fanno le storie e le favole. Perchè non è detto, se non meno che propriamente, che la materia della presente cantica sia migliore che la passata, quanto è allo scrivere, non essendo l'una più vicina o più lontana dalla conoscenza popolaresca. Anzi questa è peggiore, perciocchè in essa si trattano questioni più sottili [a].

Miglior acqua però appella Dante la materia della presente cantica non perchè la giudichi più agevole da comprendersi in versi, ma perchè niente spaventosa, o meno assai di quella dell'Inferno, Che nel pensier rinnuova la paura [b]. Sembra ciò chiaro per l'epiteto di crudele che Dante stesso all' Inferno attribuisce; in contrapposto del quale non pare che migliore possa avere altro senso, che di meno crudele, o men orrido, e non mai di più agevole da mettere in versi. →→mar crudele chiama il Poeta l'Inferno, e miglior acqua il Purgatorio, per la speranza che hanno quelli che vi sono di sortirne un giorno. Così il Portirelli ed il Biagioli.— dietro a me, l'Antald. E. R. ed il cod. Poggiali.

4 al 6 E canterò ec. Annunzia il Poeta in questi versi il soggetto della presente cantica, per la più facile intelligenza della quale opportunissimo riputiamo di qui premettere la de

[a] Opere varie critiche, poste in luce dal Muratori nel 1727, pag. 157. [b] Luf. 1. 6.

scrizione del luogo in cui tutta l'azione si comincia e si compie. — Dell'eterna notte uscito il Poeta a riveder le stelle nell'emisfero australe, trovasi in un'isola circondata dall'Oceano, di forma rotonda, e nel mezzo della quale sorge un altissimo monte antipodo al Sinai, ove siede Gerusalemme. S'immagini il predetto monte figurato a simiglianza di un cono, tronco alla cima, e attorno al quale si aggirino undici piani od anelli circolari, quello compreso che giace sul suolo dell'Isola e che rade l'estreme falde del monte. La salita dal primo al secondo piano, o cornice che dir si voglia, è difficilissima ed angusta; quella del secondo al terzo lo è un po'meno, e così di mano in mano, sicchè il salire men faticoso riesce quanto più si va verso la cima. Il primo ed i tre gironi, che immediatamente lo seguono, costituiscono l'Antipurgatorio, in cui giacciono quattro sorta di negligenti. Nel piano aggirantesi appiè del monte stanno l'anime di quelli che, quantunque pentiti in su gli estremi, sono pur morti in contumacia di Santa Chiesa. Nell'altro che segue stanziano coloro che per innata od abituale indolenza indugiarono a pentirsi al fine della loro vita. Nel terzo sono quelli che, soprappresi da violenta morte, usciron di vita pentiti e pacificati con Dio. Nel quarto, piegando alquanto a destra e fuori di strada, è situata un'amenissima valletta, ove aspettano il momento d'ire a purificarsi coloro, i quali, occupati nelle lettere, nell'armi, o nel governo degli Ŝtati, hanno indugiato sino alla morte i buoni sospiri. Passando per una porta guardata da un Angelo, per aspra via si ascende al quinto cerchio, primo del Purgatorio; e per diverse scale si passa di cerchio in cerchio, ciascuno de' quali è sotto la presidenza di un Angelo. Nel primo si piange la superbia, nel secondo l'invidia, nel terzo l'ira, nel quarto l'accidia, nel quinto l'avarizia, nel sesto il peccato di gola, e nel settimo là lussuria. Da questo girone per una settima scala, scavata essa pure nel sasso, pervengono i due Poeti sulla cima del monte dove giace in pianura l'amenissima e sempre verde selva del terrestre Paradiso. Ivi al dolce immutabile spirar de'zefiri tremolan soavemente le cime degli alberi, accordando gli augelli il loro canto al mormorio delle foglie. Da una medesima fonte, situata verso il mezzo di questo divino soggiorno, partono in contrarie direzioni due fiumi, dal Poeta chiamati Lete ed Eunoè. Alla sinistra, che è la parte men buona, scorrono le onde del primo, che delle passate colpe e follie tolgono la ricordanza; ed alla destra fluiscono quelle del secondo, le quali

Ma qui la morta poesia risurga,

O sante Muse, poi che vostro sono, E qui Calliopea alquanto surga, Seguitando 'l mio canto con quel suono

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alla mente non recano se non il bene e le passate virtù. Penetrati i Poeti alquanto addentro nella selva, trovansi sul margine di Lete, che ha tre passi geometrici di larghezza. Erbette molli, spontanci fiori, freschi e variati arbuscelli adornano le sponde di questo fiumicello ivi scorrente con limpidissime acque. Al di là di esso la selva è vuota d'abitatori per la colpa di CoJei che prestò fede al Serpente. Nel centro di questo Eden sorge l'arbore del frutto vietato, oltre il quale procedendo sempre verso levante, giunge Dante alle acque dell'Eunoè, bevute le quali, trovasi purificato, e disposto a salire alle stelle . ←

7 Ma qui la morta poesia risurga: ergasi e rasserenisi ora lo stile mortuale e lugubre, con cui lo regno della morta gente ho fin qui descritto. Non aver Dante ricercato nel descriver l'Inferno altro stile che mortuale e lugubre, abbastanza ne lo accenna egli medesimo coi primi versi di quel canto xxxII.: S'io avessi le rime ed aspre e chiocce,

Come si converrebbe al tristo buco ec,

Tutti gli altri Comentatori vi aggiungono, chi la poesia della innondata Italia da'barbari, rimasa morta e sepolta fino ai tempi di Dante, e chi anche il consumo degli spiriti, e il rifinimento dal medesimo Dante sofferto nel cedente cantica.

*

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comporre la

pre

8 vostro sono, vostro divoto, dell'arte vostra studioso. 9 Calliopea, o Calliope, ( Calliopè i codd. Vat. 3199 e Antald. E. R.) una delle nove Muse, quella che presiede all'eroico stile. - alquanto surga, alquanto sollevi e nobiliti il basso mio stile. - Vos, o Calliope, precor aspirate canenti, disse Virgilio, Aen. 1x., ottimamente qui rammemorato dal sig. Portirelli. E. k. Al sig. Rosa Morando, che ci ricorda qui di voler Dante appellato questo componimento suo Commedia, e del perchè così voglialo appellato, risponderemo che dal basso al sublime stile vi sono di mezzo più e più gradi.

10

Seguitando'l mio canto, assistendo, cioè, al mio canto, aiutando il mio canto. TORELLI. quel suono per quella

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